
Abbiamo posto due domande, chiare e semplici, al professor Marco Caldiroli, esperto chimico ed esponente di Medicina Democratica.
NoL. Premesso che a Verona abbiamo il problema della riapertura dell’inceneritore di Ca’ del Bue Ca’ del Bue. II sindaco di Verona, Flavio Tosi afferma che lo studio da lui commissionato riguardante l’inquinamento provocato dagli inceneritori di Venezia non è attendibile, in quanto trattasi di inceneritori di prima generazione. Sostiene, inoltre, che l’inceneritore sarà di nuova generazione e le emissione saranno entro i termini di legge.
Le chiediamo quindi: è vero che gli inceneritori di prima generazione, ovvero gli inceneritori degli anni 80, installati nei pressi di Venezia erano molto più inquinanti degli inceneritori di ultima generazione? Quale è la differenza sostanziale tra i vecchi inceneritori ed i nuovi?
Professor Caldiroli. Lo studio di Venezia lo conosco. In sintesi: tutti gli studi epidemiologici di un adeguato spessore e durata sono riferiti a impianti di prima generazione perchè questi impianti sono gli unici ad aver funzionato un periodo sufficiente di tempo (20 anni) per poter far emergere possibili conseguenze sanitarie su una popolazione sufficientemente vasta. Siccome gli inceneritori emettono una quantità notevole di sostanze pericolose con molteplici effetti sulla salute gli studi epidemiologici sugli inceneritori devono valutare patologie rare (es. linfomi non hodgin) e quindi “contare” un numero di pazienti relativamente limitato, per poter individuare eccessi occorre che lo studio sia su una popolazione sufficientemente ampia e per un periodo di tempo elevato (i tumori hanno tempi di latenza medi di almeno 20 anni) anche per riuscire a togliere i fattori di confondimento noti (abitudini alimentari, fumo ecc).
In altri termini potremo (potrete) sapere se quello che dice il Sindaco (Flavio Tosi ndr) è vero tra vent’anni, quando qualcuno farà uno studio epidemiologico serio, l’impianto sarà oramai fermo e qualcuno vi dirà che gli impianti di terza generazione non sono così pericolosi come quelli di seconda (lo stanno dicendo già per gli impianti di produzione di energia elettrica da fonti nucleari).
Il concetto è chiaro e noto: gli impianti di incenerimento emettono sostanze pericolose, i nuovi impianti (in virtù di norme più stringenti, effetto delle lotte contro gli impianti) ne emettono di meno (perchè una quantità maggiore viene “spostata” nei residui solidi che finiscono in discarica o, peggio, vengono “riciclati” nel cemento) ma con la medesima pericolosità.
Il problema pertanto è definire se e quanto si modifica il rischio (non il pericolo – ricordo che per rischio si intende la probabilità che un pericolo possa evolvere fino a divenire un danno), vi sono modelli che cercano di quantificare (prevedere) il rischio e poi vi sono decisioni “politiche” che indicano quale sia la soglia “accettabile” (gli studi di impatto ambientale contengono o dovrebbero contenere anche tali aspetti).
Per i cancerogeni però non vi è mai un rischio zero, ogni esposizione determina un rischio. La discussione verte pertanto su “quanto rischio” si “merita” una popolazione (intorno a un inceneritore, a un’autostrada, a un impianto chimico, nel proprio luogo di lavoro ecc).
Possiamo anche metterla così, il Sindaco afferma che è stato inventato un nuovo filtro per le sigarette che riduce talmente il pericolo del fumo da non rappresentare più un rischio, continuereste a fumare tranquilli o vi porreste comunque l’esigenza di smettere ?
Detto questo ricordo che gli studi epidemiologici non devono essere l’unico o il principale motivo di contrarietà agli inceneritori. Rimanendo agli impatti ambientali e sanitari, per esempio, deve essere chiara che l’impatto di un singolo impianto è principalmente “globale”: se io brucio una bottiglia di plastica anzichè riciclarla (o meglio non produrla) l’inceneritore riattiva una catena che va dall’estrazione del petrolio, al trasporto, alla trasformazione fino alla produzione di una nuova bottiglia di plastica da “consumare”. Questa filiera determina inquinamento e uso di energia che non vengono conteggiati negli impatti dell’inceneritore (e del modello di produzione e consumo sotteso).
Se non si riesce a andare oltre il dato locale e a mostrare come si lega l’inceneritore con la produzione di merci non riusciremo mai a mettere in discussione non tanto il singolo impianto ma tutto il “castello” dello spreco.
Saluti
Marco Caldiroli
Centro per la Salute Giulio A. Maccacaro (Castellanza – VA); Medicina Democratica Movimento di Lotta per la Salute ONLUS (Milano)
Marco Caldiroli, esperto chimico, esponente di Medicina Democratica, si occupa di tematiche ambientali. In particolare, si occupa di gestione dei rifiuti, attività ad elevato impatto ambientale (inceneritori, discariche, impianti di trattamento, cementifici, centrali termoelettriche, industrie a rischio di incidente rilevante). Di professione svolge l’attività di Tecnico della Prevenzione dell’Ambiente e dei Luoghi di Lavoro in una ASL della Provincia di Milano.

Marco Caldiroli, esperto chimico, esponente di Medicina Democratica
