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Campagna Referendaria Veronese

giovedì, 3 marzo 2011

Avremo tutti contro, dai partiti alle televisioni, i giornali. Sarà una battaglia difficilissima, tutta dal basso, costruita attraverso il passaparola tra parenti e amici, sfruttando i mille rivoli delle reti sociali di ognuno di noi. Abbiamo bisogno di tutto l’aiuto possibile: solo tre mesi per raggiungere con un volantino, una parola al bar o ad una cena, in ufficio con i colleghi, qualche comunicato stampa rilanciato dai giornali locali.
Ieri sera abbiamo cominciato questa nuova avventura come un anno fa per la raccolta firme: grazie a tutti coloro che sono venuti a cena con noi o che hanno dato comunque la loro adesione al Comitato Referendario Veronese per i 2SI’ per l’Acqua Pubblica. E grazie ad Arcimontorio per l’ospitalità.
Grazie al lavoro di Ernesto stiamo in queste ore stiamo sistemando la lista delle adesioni e dei fondi raccolti: nei prossimi giorni su questo blog sarà online tutta l’informazione sulla campagna referendaria con i dettagli anche economici.

Rinnoviamo l’invito a tutti i gruppi e le associazioni di sostenerci aderendo al Comitato Referendario Veronese con una quota di 100 euro da versare sul conto corrente:

IBAN IT40W0841611700000010103364

intestato a BONOMETTI ERNESTO Comitato Veronese 2SI per l’Acqua Bene Comune

Il Comitato Referendario Veronese si ritroverà giovedì 10 marzo 2011 alle ore 21 presso la sede di Legambiente di Verona (Via Bertoni 4):  oltre alla raccolta fondi, stiamo cercando persone che vogliano aiutarci offrendosi come referenti per ogni comune della nostra provincia. Vi aspettiamo.

Carlo Reggiani


Lega Nord vs PD

mercoledì, 2 marzo 2011

Oggi L’Arena pubblica questo articolo.

NOGARA. Bocciato emendamento Bonfante

Fra Pd e Lega nord scambio al veleno sull’ex ospedale

Botta e risposta a Venezia sul progetto di rilancio dello «Stellini» come polo socio sanitario

«Sul futuro dell’ex ospedale di Nogara la Lega ha fatto un clamoroso voltafaccia. Infatti, dopo la disponibilità manifestata dall’assessore alla sanità Luca Coletto ad accogliere la proposta del Pd per la riconversione in un polo socio sanitario al servizio del territorio, il Carroccio ha messo uno stop al progetto di rilancio». A dirlo i consiglieri regionali veronesi del Pd, Franco Bonfante e Roberto Fasoli, dopo la bocciatura del loro emendamento al bilancio 2011 che chiedeva lo stanziamento di 4,5 milioni in tre anni per la ristrutturazione dell’ex ospedale.

«Sono almeno sei anni», ricordano Bonfante e Fasoli, «che si discute del progetto, che doterebbe il territorio di una struttura di qualità. Con il nostro emendamento abbiamo fatto emergere la miopia della Lega, che con il suo no al finanziamento ha fatto perdere una grande occasione al territorio». Immediata la replica dei consiglieri regionali veronesi della Lega, Vittorino Cenci e Sandro Sandri. «I colleghi del Pd fingono di non sapere, o ignorano, che la riconversione dell’ospedale di Nogara è in atto e verrà risolta nel Piano socio sanitario presto all’attenzione del Consiglio. Per evitare dichiarazioni strumentali a scopo elettorale, sarebbe loro bastato prendere atto dell’attivazione dell’unità di riabilitazione fisioterapica, avvenuta nel 2009, e della radiografia digitale in funzione da un anno: entrambi i servizi hanno fatto salire la fruizione della struttura del 26 per cento. Di fronte a questi numeri, l’emendamento e le dichiarazioni dei colleghi del Pd non possono che apparire ciò che in effetti sono: politica ben lontana dalla nostra buona amministrazione e dalle esigenze dei cittadini». «Inoltre», dicono, «gli interventi che il Pd auspicava sono impossibili dal punto di vista legislativo, perché debbono essere oggetto di accordo di programma con lo Stato utilizzando fondi nazionali per l’edilizia sanitaria ex articolo 20».

E’ interessante che questa diatriba avvenga proprio alla vigilia della campagna elettorale. Naturalmente Lega Nord e PD si presenteranno alla prossima tornata elettorale nogarese e vedrete che la loro propaganda elettorale sarà incentrata sul futuro dell’ospedale di Nogara. Che futuro può avere un morto? Che futuro può avere una struttura ospedaliera smantellata tanto tempo fa? Come sempre si chiude la stalla quando i buoi sono scappati. Non mi interessa chi ha ragione o chi ha torto, non mi interessa sapere di chi è la colpa o di chi è stata la colpa. Quello che vedo è che si litiga sul giornale per colpa dell’ospedale, solo e sempre, a ridosso della campagna elettorale. Questo per far credere ai cittadini che i politici si interessano dei problemi della gente, dei bisogni dei cittadini. Si interessano ad intermittenza, a seconda delle scadenze elettorali.

Ca’ del Bue sorvegliato speciale

domenica, 13 febbraio 2011

Ieri sul quotidiano L’Arena è apparso questo articolo. Per chi non l’avesse letto lo riporto integralmente.

SAN GIOVANNI LUPATOTO. Il presidente di Agsm Paternoster scrive al difensore civico Andrade e ai comitati

«Ca’ del Bue insostituibile ma sarà super controllata»

«Bruceranno 500 tonnellate al giorno, il revamping dei vecchi forni attende valutazioni di impatto ambientale»

Non c’è motivo di temere per le emissioni del futuro inceneritore di Ca’ del Bue. Lo assicura in una lettera il presidente di Agsm Paolo Paternoster all’avvocato Stefano Andrade, difensore civico del Comune di Verona, al quale si era rivolto un componente del Comitato insieme per Borgo Roma, notoriamente critico verso l’inceneritore della basse di San Michele. Il presidente Paternoster fornisce anche alcune altre notizie. La prima è che il ripristino dei vecchi forni a letto fluido «avverrà solo a valle di nuovi percorsi autorizzativi, comprendendo in questi le necessarie valutazioni di impatto ambientale». Come si ricorderà per i vecchi forni era stata ipotizzato un revamping (riaccensione) per destinarli alla combustione di fanghi di depurazione. Il presidente di Agsm precisa: «Al momento è stato presentato al Comune di Verona solo uno studio di fattibilità per un loro possibile utilizzo per la termodistruzione di fanghi civili e biomasse».

Paternoster entra anche nel tonnellaggio di rifiuti che verranno bruciati. Nei dibattiti televisivi i vertici Agsm avevano lasciato capire che a Ca’ del Bue si sarebbero bruciate 1.200 tonnellate al giorno. Dice il presidente Agsm: «Le tonnellate giornaliere di rifiuti solidi urbani smaltite nei forni a griglia sono quelle previste dal piano regionale rifiuti, ovvero 500 tonnellate al giorno. La potenzialità massima dei due forni sarà invece pari a 600 tonnellate/giorno, come prescritto dalla Regione».

Il Comitato chiedeva lumi sulla provenienza dei rifiuti. Risponde Paternoster: «I rifiuti inceneriti a Ca’ del Bue avranno provenienza conforme alla programmazione prevista dal piano regionale. In Veneto sono previsti quattro poli di termovalorizzazione, fra cui quello di Ca’ del Bue». Insieme per Borgo Roma chiedeva se si fosse valutata la tecnologia con cui si riciclano i rifiuti nell’impianto trevigiano di Vedelago per applicarla a Ca’ del Bue. Risponde Paternoster: «Quella tecnologia è stata analizzata dalla commissione tecnica istituita dalla Regione e ritenuta non adatta per tipologia e quantità dei rifiuti da trattare. Pur ponendosi Verona ai vertici tra le province italiane, non è ad oggi possibile prevedere l’indipendenza da impianti di smaltimento finali». La domanda conclusiva del Comitato riguardava le garanzie sul funzionamento dell’impianto di incenerimento. «L’impianto di Ca’ del Bue», conclude Paternoster, «è seguito da due commissioni, una a livello regionale, operativa dal 2008, e una a livello provinciale, attiva da luglio 2010. La commissione provinciale sta lavorando a un progetto di valutazione della situazione ambientale ante operam nell’area circostante l’impianto con la supervisione dell’Istituto Superiore di Sanità, oltre ad Arpav e Ulss locali. Si precisa che l’impianto esistente ha funzionato dal 2003 al 2006 senza alcun impatto negativo per l’ambiente, come risulta dal piano di monitoraggio in continua attivato da Arpav».

Quanto alla correlazione tra termovalorizzatori e tumori, Paternoster ricorda che Associazione italiana di epidemilogia e federambiente dall’analisi dei dati non depongono per un incremento di rischio.

Paternoster assicura i lettori sulla correlazione inceneritore (chiamiamolo con il suo vero nome, le parole sono importanti) e tumori dicendo che: l’Associazione italiana di epidemiologia e federambiente dall’analisi dei dati non depongono per un incremento di rischio. Questa affermazione non dice che il rischio non esiste, dice semplicemente, che non esiste incremento di rischio. E’ interessante notare che federambiente fra i soci di Verona annoveri proprio AGSM e AMIA. Paternoster fa, in un certo senso il suo lavoro, credo che spetti ai politici e nel caso specifico Tosi e Zaia, dire no all’inceneritore come soluzione al problema dei rifiuti.

Diossina e salute: riflessioni di un medico

lunedì, 10 gennaio 2011

Ricevo e pubblico questa e-mail della dottoressa Patrizia Gentilini, medico oncologo ed ematologo.

Con il recente scandalo di polli e uova tedesche alla diossina si ripropone ormai un rituale ricorrente e costante circa la sicurezza alimentare (ricordiamo le mozzarelle campane, le pecore pugliesi, i suini irlandesi, i polli toscani) e che – proprio per queste sue caratteristiche – rischia di passare, come una notizia fra le tante, cui non si dedica l’attenzione che merita.

Col termine diossina si intende la TCDD (2,3,7,8–tetraclorodibenzo-p-diossina), nota come “diossina di Seveso” a causa dell’incidente occorso a Seveso nel 1976, pericolosa a dosi infinitesimali (miliardesimi di milligrammo) e che è stata definita la sostanza più pericolosa mai conosciuta; affini a questa molecola ve ne sono tuttavia altre centinaia, con caratteristiche simili per cui si parla genericamente di “diossine”. Senza entrare troppo nei particolari ricordo che si tratta di molecole particolarmente stabili e persistenti nell’ambiente; nell’uomo la loro assunzione avviene per oltre il 90% per via alimentare, specie attraverso pesce, latte, carne, uova e formaggi in cui si accumulano essendo liposolubili.

Vengono trasmesse dalla madre al feto sia durante la gestazione che attraverso l’allattamento; a questo proposito dai pochissimi studi eseguiti- spesso per iniziativa spontanea dei cittadini sul latte materno, risulta che un lattante di di 5 kg si trova ad assumere quote di diossine variabili da alcune decine fino a centinaia di volte superiori al limite massimo indicato dall’UE.

Le diossine rientrano nel grande gruppo di sostanze denominate interferenti endocrini, agenti cioè che mimano l’azione degli ormoni naturali interferendo e disturbando funzioni complesse e delicatissime quali quelle immunitarie, endocrine, metaboliche e neuropsichiche. L’esposizione a diossine è correlata allo sviluppo di tumori (per la TCDD, linfomi, sarcomi, tumori a fegato, mammella, polmone, colon) nonchè a disturbi riproduttivi, endometriosi, anomalie dello sviluppo cerebrale, diabete, malattie della tiroide, danni polmonari, metabolici, cardiovascolari, epatici, cutanei e deficit del sistema immunitario. Forse non tutti sanno che trattandosi di sostanze così pericolose nel 2004 è stata stilata a Stoccolma una convenzione, sottoscritta da 120 paesi fra cui l’Italia, per vietare la produzione intenzionale ed imporre la riduzione di quella non voluta, peccato che il nostro paese sia stato l’unico a non averla poi ratificata!

Queste sostanze si formano in particolari condizioni di temperatura in presenza di Cloro per cui ogni processo di combustione, in particolare di plastiche, porta alla loro formazione e sono presenti non solo nei fumi ma anche nelle ceneri degli inceneritori. A questo proposito segnalo l’ennessimo, recentissimo, studio (1) che correla queste sostanze emesse da inceneritori ai linfomi Non Hodgkin. Lo studio è stato condotto in Francia su 34 pazienti affetti da linfoma residenti nell’area di ricaduta dell’inceneritore di Besancon e su 34 sani . In tutti sono stati dosati nel siero queste sostanze trovando livelli sempre più alti e statisticamente significativi nelle persone esposte. Peccato che nello studio Moniter, quello condotto dalla regione Emilia Romagnaper valutare le ricadute degli 8 inceneritori presenti sul territorio, le diossine non siano state ricercate dove queste si accumulano, ovvero su matrici biologiche, nè tanto meno nel corpo delle persone o sul latte materno delle mamme esposte! Tuttavia, anche quando le diossine sono state ricercate e trovate, come nelle indagini eseguite in seguito allo sforamento del 2007 dell’inceneritore di Montale, indagini -ricordo- che hanno dimostrato in ben 6 su 10 campioni di polli, livelli ben oltre i limiti di legge, nessuna ordinanza di divieto al consumo è stata emanata, prassi consolidata in situazioni analoghe.

Ricordo che nei due mesi di funzionamento, da maggio a luglio 2007, si può stimare che dall’inceneritore di Montale (facendo una media dei valori emersi dalle analisi) siano stati emessi oltre 50 milioni di nanogrammi di diossine, ovvero quanto l’impianto avrebbe potuto emettere in 14 mesi di attività e pari alla dose massima tollerabile per circa un milione di individui adulti in un intero anno.

Ma torniamo all’attuale scandalo, che si presta ad alcune considerazioni interessanti. Innanzi tutto esso viene viene fatto risalire alla somministrazione di mangimi contaminati da oli industriali ed altri inquinanti ai poveri animali, ma questo rischia di oscurare una altra recente notizia comparsa in precedenza http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/Diossina_nelle_uova_in_Germania/1285257 circa la contaminazione , oltre i limiti consentiti dalla legge, di ben il 28% di polli allevati all’aperto in Germania – che, lo ricordiamo, è il paese che ha il maggior numero di inceneritori, acciaierie ed impianti industriali in Europa -, quindi polli “ruspanti”, quelli che siamo abituati a considerare i più sicuri perchè allevati in modo naturale.

Questo dato deve fare molto riflettere, perchè parlare solo dei polli contaminati per colpa dei mangimi e non anche di quelli esposti alle ricadute di acciaierie, inceneritori ed altri impianti produttori di diossine, rischia di non mettere sufficentemente a fuoco le conseguenze che uno “sviluppo” industriale dissennato ha comportato, quasi questo fosse meno colpevole di chi ha deliberatamente nutrito gli animali con mangimi contaminati.

Nel primo caso la colpa è infatti dell’”ambiente”, ovvero di una entità che ci può apparire astratta ed il cui stato non viene percepito come una diretta conseguenza di assurdi comportamenti umani. Non credo ci voglia molto a capire che avere distrutto la civiltà contadina, avere avvelenato il territorio con pesticidi e con le ricadute di impianti assurdi ed inquinanti come gli inceneritori non solo arreca incalcolabili danni all’ambiente e alla salute, ma mina la possibilità stessa di sopravvivenza delle generazioni future.

Proprio oggi 8.1.2011 ho visto una figura sul Sole24Ore con dati relativi all’agricoltura europea, che mostra come l’Italia sia destinata al fallimento anche sotto il punto di vista agricolo, settore primario, da cui tutti gli altri discendono e che dovrebbe rappresentare l’eccellenza nel nostro paese noto in tutto il mondo come patria del buon cibo. Da questo grafico emerge infatti che l’ andamento dei redditi agrari del 2010 rispetto al 2009 è: EU +12.3, Danimarca +54.8 (e per il 2050 ha pianificato l’uscita dal fossile), Olanda +32, Francia + 31, Germania + 23, Spagna + 7, Italia – 3.3 (con calo sup. agricola di 19.200 kmq negli ultimi 10 anni), UK -8.2, Grecia -4.2, Romania – 8.2.

Tutte queste riflessioni vogliono ancora una volta ribadire il concetto che è arrivato il momento del cambiamento, dobbiamo riconoscere il fallimento del modello di sviluppo della attuale società che evidentemente non si cura delle conseguenze delle proprie scelte e che è arrivata perfino a contaminare le basi stesse dell’alimentazione inquinando anche l’alimento più prezioso al mondo: il latte materno! Preoccuparsi dell’infanzia e delle possibilità di sopravvivenza delle generazioni future dovrebbe essere al primo posto nei pensieri di una comunità civile.

Cordiali saluti

Patrizia Gentilini, Medico oncologo ed ematologo

(1) Viel J. et al Increased risk of non Hodgkin Lymphoma and serum organochlorine concentrations among neighbors of a municipal solid waste incinerator, Environ Int (2010)

La dottoressa Gentili ha ragione, è arrivato il momento del cambiamento e  questo cambiamento non è più procrastinabile, dobbiamo cambiare il nostro modello di sviluppo subito.

Inquinamento a norma di legge

sabato, 8 gennaio 2011

Marco mi manda questa e-mail con preghiera di pubblicazione.

Da Wikipedia.
Secondo l’articolo 216 del testo unico delle leggi sanitarie, gli inceneritori sono classificati come fabbriche insalubri di prima classe e come tali “debbono essere isolate nelle campagne e tenute lontane dalle abitazioni”.

I limiti di concentrazione degli inquinanti imposti dalla normativa sono riferiti al metro cubo di fumi e non all’emissione totale. Pertanto, bruciando più rifiuti si ottengono più fumi e quindi più emissioni inquinanti, ma si rimane sempre nei parametri di legge.

Detto in altri termini, i limiti sono relativi alla concentrazione dell’inquinante all’emissione, ma non al flusso di massa: quindi si occupano della qualità dell’emissione, per incentivare l’adozione delle migliori tecnologie disponibili, ma non della quantità delle emissioni cioè dell’impatto complessivo sull’ambiente. Per tale motivo, le norme non garantiscono necessariamente un valore di concentrazione degli inquinanti “sicuro” in base a studi medici ed epidemiologici sull’effetto degli inquinanti, ma si riferiscono ai valori che è possibile ottenere tecnicamente con gli impianti migliori.

I limiti sulle emissioni non sono stabili ma vengono adeguati nel tempo in base alle tecnologie di abbattimento degli inquinanti disponibili sul mercato, seppure con l’inevitabile ritardo dovuto ai tempi legislativi. Spesso però tali limiti vengono richiesti solo per la costruzione di nuovi impianti, mentre agli impianti già esistenti vengono concesse lunghe deroghe.

Nonostante le normative vigenti, non sono comunque mancati casi di impianti, come quello di Brescia, in cui si siano rilevate alcune infrazioni per il mancato rispetto di normative o per il superamento del tonnellaggio di rifiuti inceneriti originariamente ammesso. È comunque difficile che l’accertamento di un’infrazione sfoci in provvedimenti molto severi come il sequestro dell’impianto, perché in tal caso si potrebbe creare un’emergenza rifiuti molto pericolosa. Fra febbraio e giugno del 2007, tuttavia, l’inceneritore di Trieste è stato posto sotto sequestro per il superamento dei limiti di legge riguardanti le emissioni di diossine, superiori anche di 10 volte il limite autorizzato.[71]

Inoltre vorrei riportare le conclusioni dello studio sugli effetti degli inceneritori sulla salute umana, studio su Forlì a cura della dott.ssa Gentilini.

Nelle popolazioni esposte alle emissioni di inquinanti provenienti da inceneritori sono stati segnalati numerosi effetti avversi sulla salute sia neoplastici che non. Fra questi ultimi si annoverano: incremento dei nati femmine e parti gemellari, incremento di malformazioni congenite, ipofunzione tiroidea, diabete, ischemie, problemi comportamentali, patologie polmonari croniche aspecifiche, bronchiti, allergie, disturbi nell’ infanzia.
Ancor più numerose e statisticamente significative sono le evidenze per quanto riguarda il cancro: segnalati aumenti di: cancro al fegato, laringe, stomaco, colon-retto, vescica, rene, mammella. Particolarmente significativa risulta l’ associazione per cancro al polmone, linfomi non Hodgkin, neoplasie infantili e soprattutto sarcomi, patologia “sentinella” dell’ inquinamento da inceneritori. Studi condotti in Francia ed in Italia hanno evidenziato inoltre conseguenze particolarmente rilevanti nel sesso femminile. I rischi per salute sopra riportati sono assolutamente ingiustificati in quanto esistono tecniche di gestione dei rifiuti, alternative all’ incenerimento, già ampiamente sperimentate e prive di effetti nocivi

Qui potete trovare lo studio integrale, www.isde.it – bibliotecaonline – effetti sulla salute umana degli impianti di incenerimento rifiuti. Marco Motterani

Un comitato di Nogaresi per l’Ospedale

venerdì, 7 gennaio 2011

Il 30 dicembre 2010, durante la caduta di Falco, circolava in sala consiliare un documento distribuito da Marco Poltonieri dal titolo: un comitato di Nogaresi per l’Ospedale. In fondo al volantino si legge:

Con la presente si comunica la costituzione di un Comitato autonomo e aperto per la riconversione e la valorizzazione dell’Ospedale di Nogara.

Firmato: Dusi Caludia, Falavigna Luca, Maestrelli Fernanda, Minozzo Costanza, Mirandola Luciano, Olivieri Oliviero, Poltronieri Marco, Sardini Dimitri e Tamassia Riccardo.

Nogara 30/12/2010

Ad oggi di questo Comitato non c’è traccia. Chiedo ai firmatari: chi è il presidente di questo Comitato? Chi è il segretario di questo Comitato? Quali azioni intende intraprendere il Comitato? Gradirei che gentilmente i firmatari del documento rispondessero alle domande. Non vorrei, come suppongo, che fosse stata l’ennesima promessa in vista della campagna elettorale.

I danni del cancrovalorizzatore di Brescia

mercoledì, 22 dicembre 2010

Chi è ancora convinto che l’inceneritore sia la soluzione al problema dei rifiuti è un povero illuso oltre che uno stupido cronico. In questo articolo tratto da Brescia Point vengono denunciati i danni collaterali derivati da questi mostri tecnologici.

Inceneritore di Brescia, impianto talmente tecnologico e moderno che è severamente vietato tutto nei terreni circostanti.

In un precedente articolo: “A Brescia non solo ricchezza”, veniva denunciata la presenza di diossina e PBC nel latte in quantità superiore ai limiti di legge, con conseguente aumento del cancro, malformazioni fetali, Parkison, Alzeheimer, infarto, ictus a causa del termovalorizzatore di Brescia. Ma oltre ai danni sopra evidenziati, se ne contano altri che normalmente vengono sottovalutati. Ci ha pensato il sito “Ambiente Brescia” a raccontarci quali altre problematiche ha portato il termovalorizzatore di questa città di 191.618 abitanti (nel 2009). Il teleriscaldamento (distribuzione, attraverso una rete di tubazioni isolate e interrate, di acqua calda) è una scelta difficilmente reversibile poiché richiede investimenti notevoli.

Gli impianti di gas metano che pervenivano nei vari fabbricati, sono stati smantellati, poiché la distribuzione di gas per l’utilizzo nelle sole cucine, risultava antieconomica (causa i costi di manutenzione). Pertanto, per cucinare, gli abitanti sono stati costretti ad utilizzare cucine ad induzione elettromagnetica, con conseguente aumento dei consumi elettrici; la città viene scaldata anche d’estate con conseguente aumento di calore di due o tre gradi. Nel 2009, Brescia è diventata la città più calda d’Italia, ricorrendo massicciamente ai condizionatori; è tra le città italiane con più alti consumi elettrici pro-capite. Il teleriscaldamento determina una spinta allo spreco dei consumi di acqua calda che viene utilizzata nei servizi igienici  anche in estate.

L’inceneritore e la centrale a carbone restano accese anche nel periodo estivo. Quando il traffico si dimezza, le acciaierie sono chiuse, il PM10 (particelle dovute all’attività dell’uomo nei processi di combustione), le polveri e l’ozono restano a Brescia oltre i limiti di legge. All’inizio il termovalorizzatore di Brescia produceva energia termica per scaldare le case in inverno, poi gli abitanti di questa città si sono ritrovati una centrale termoelettrica funzionante a carbone e rifiuti, altamente inquinanti, poco costosi, in pieno centro cittadino. Tutto a vantaggio dell’ASM  Energia e Ambiente S.R.L. di Brescia e società collegate.

Il costo enorme di questo investimento mirante soprattutto a produrre energia elettrica durante l’intero arco dell’anno, implica ed implicherà per Brescia la dipendenza dalla Centrale Termoelettrica per parecchio tempo. Tutto questo allontanerà la prospettiva di poter  utilizzare  a breve altre soluzioni tecnologiche all’avanguardia.