Serge Latouche è tra gli avversari più noti dell’occidentalizzazione del pianeta e un sostenitore della decrescita conviviale e del localismo. Ieri sul quotidiano L’Arena è stato pubblicato questo interessantissimo articolo.
«La crisi è una salvezza, costringe a cambiare»
TEORICO DELLA DECRESCITA. L’economista francese è intervenuto martedì sera a Sant’Ambrogio e ieri al Polo Zanotto. «La Lega esalta la cultura locale? Non basta». Latouche: «Non è ancora troppo tardi per invertire la rotta ed evitare la catastrofe cui andremo incontro se perseguiamo la crescita infinita»
Verona. Snocciola il programma delle otto «R» come una filastrocca, contando sulle dita. «Rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare». Non è un gioco, ma la ricetta di Serge Latouche contro la catastrofe ecologica e umana provocata dal modello di produzione occidentale, «che incita a spremere il proprio territorio all’inverosimile e a mercificare ogni cosa».
Come già ha fatto in altre città d’Italia e del mondo, l’economista francese teorico della decrescita, il filosofo nemico del consumismo, parla con tono grave anche del futuro di Verona. Molte domande salgono dalle centinaia di spettatori che ascoltano il professore emerito di Scienze economiche all’università di Parigi XI. L’incontro si è tenuto ieri nell’aula magna del Polo Zanotto, all’università, e martedì sera Latouche era a Sant’Ambrogio nel parco della Ca’ Verde.
Latouche risponde con la sua teoria virtuosa, riassumibile in due comandamenti: decrescita e localismo. Un paio di parole per un’unica scommessa: il cambiamento radicale della mentalità di vita, al motto «produrre meno e consumare meno». «Dobbiamo convincerci che dove sono i nostri piedi sta il centro del mondo. Nel senso che noi siamo i custodi del nostro territorio, da amare e lasciare intatto alle generazioni future», spiega. «Siamo a Verona: la Lega esalta la cultura locale, le tradizioni, le radici», aggiunge l’economista, «ma non ci si può fermare lì. Bisogna agire sulla rilocalizzazione dell’economia, con i prodotti a chilometri zero, con la mobilità sostenibile, con il contrasto a un mercato globalizzato che ci fa comprare in inverno fragole neozelandesi».
Il miglior modo di vivere, continua Latouche, «è utilizzare solo ciò che serve, disintossicandosi dall’insano desiderio di possedere un’auto per ogni componente della famiglia, un terzo televisore, un nuovo cellulare… Il consumismo è una droga e noi siamo i tossicodipendenti. Lo sviluppo a ogni costo ci tiene dentro questo tunnel».
E la crisi economica? «È la nostra salvezza, tanto quanto l’esaurimento del petrolio», ribadisce. «Ora possiamo scegliere di cambiare rotta, non è ancora troppo tardi per evitare la catastrofe cui andremo incontro se insistiamo nel perseguire la folle volontà di una crescita infinita su un pianeta con risorse limitate». E cita il fenomeno inglese delle «transition towns», città che si stanno preparando gradualmente all’autonomia energetica dai combustibili fossili.
Non poteva che incentrarsi sul futuro della Valpolicella, l’incontro alla Ca’ Verde, alla presenza delle principali associazioni ambientaliste locali. Un territorio, questo, da cui è nato un nuovo sinonimo di cementificazione, «negrarizzazione». «Che significa», spiega con ironia Nicola Dentamaro, regista dell’Actor (Associazione culturale teatro origine) e coordinatore delle serate, «qua no se pol costruir, ma mi te do el permesso». Il cementificio di Fumane, con il suo progetto d’espansione, è tra le attività percepite come una minaccia da parte della popolazione valpolicellese. Latouche sostiene le associazioni che, al pari di Fumane Futura, Valpolicella 2000 e del Wwf veronese, rappresentato al convegno dal suo fondatore Averardo Amadio, vedono il cementificio come «fumo negli occhi». «State attenti», ammonisce, «contenete nel tempo e nello spazio ogni attività che possa distruggere il territorio».
Lorenza Costantino
foto tratta da – http://albertocane.blogspot.com/

