Il Nuovo Giornale continua il suo speciale sulla Centrale a Biomassa in progetto a Sanguinetto. Dopo l’intervista al Comitato Contro la Centrale a Biomassa adesso è la volta dell’intervista al sig. Bellani Claudio.
Intervista a Claudio Bellani, titolare di SerEn, una delle tre ditte interessate alla costruzione di una centrale a biomassa e sottoscrittore della convenzione con il comune di Sanguinetto.
«Non inquinate il progetto»

Claudio Bellani
A che punto siete con la realizzazione del progetto relativo alla centrale a biomassa? Quando contate di presentarlo in Regione? Il progetto è stato sottoposto all’attenzione del sindaco di Sanguinetto che, assieme alla sua giunta, ne prenderà visione. Poi seguirà un incontro tra le parti così da verificare che sia conforme alla convenzione che, solo a questo punto sarà sottoscritta. Lʼamministrazione potrà muovere eventuali osservazioni sulla base delle quali il progetto potrà essere modificato. Solo a questo punto il tutto verrà presentato in Regione. Si tratta, e ci tengo a sottolinearlo, di un iter procedurale che abbiamo voluto stravolgere proprio per dare collegialità al progetto e non farlo cadere dall’alto.
Quali sono le caratteristiche del progetto? Essendo relativo a un impianto che utilizza esclusivamente biomassa (paglie e stocchi di mais), il progetto si inquadra nell’ambito della crescente necessità di produrre energia da fonti rinnovabili in attuazione delle direttive comunitarie che impongono all’Italia di raggiungere, entro il 2020, la quota del 20 per cento di energia generata da fonti rinnovabili.
Quali le differenze tra l’impianto di Sanguinetto, quello bocciato a Nogara o quello di prossima costruzione a San Pietro di Legnago? Dal punto di vista impiantistico non cʼè nessuna differenza rispetto a quello di Nogara. Si tratta dello stesso progetto, presentato a più amministrazioni accomunate da alcune caratteristiche come: una rete viabile idonea, la vicinanza alla materia prima, una rete elettrica in grado di ricevere lʼenergia prodotta e gli spazi necessari in vista della successiva costruzione di un impianto termico. Non conosco le caratteristiche di quello di San Pietro di Legnago, quindi non mi posso esprimere in merito, anche semi risulta che quest’ultimo dovrebbe bruciare materiale dedicato, vale a dire prodotto appositamente.
Tra i soci interessati alla costruzione e firmatari della convenzione cʼè anche la società agricola Avepo che dovrebbe garantire, a detta del sindaco di Sanguinetto, l’approvvigionamento del combustibile. In realtà Avepo è una cooperativa agricola che annovera tra i suoi soci solo produttori di verdura. Come può garantire la produzione costante di biomasse? Avepo è una società agricolo-cooperativa costituita nel 1998 da un gruppo di soci che avevano lʼesigenza di commercializzare insieme alcuni prodotti orticoli, in primis il pomodoro e le produzioni da surgelati. Si tratta di una cooperativa che opera nelle province di Verona, Padova, Vicenza, Rovigo, Venezia e Mantova, che è passata dalle 80 aziende iniziali alle attuali 451. La superficie coltivata a produzioni orticole per conto della cooperativa è pari a 3.200 ettari, a fronte di una superficie globale delle aziende associate pari a 23/25 mila. Il 65 per cento delle aziende socie si trova nel Basso veronese, in un raggio di 20/30 chilometri da Sanguinetto. Le aziende associate coltivano in media il 70/75 per cento della loro Superficie Agraria Utilizzata a mais da granella, cereali a paglie e oleaginose. Pertanto sulla base di questi dati si prevedono le seguenti produzioni di paglie e stocchi: 5.050 ettari coltivati a cereali per una produzione di paglia di 20 mila tonnellate, a cui vanno aggiunti 12.400 ettari coltivati a mais per una produzione di 99.200 tonnellate di stocchi. La produzione annuale di paglie e stocchi è quindi di 119.200 tonnellate.
Di quanto carburante necessiterà la centrale per funzionare? Dove contate di recuperarlo? Lʼimpianto necessita di circa 60/70 mila tonnellate all’anno di paglie e stocchi di mais, corrispondenti a una superficie coltivata pari a 9.300 ettari, facilmente reperibili nella zona del Basso veronese tra le aree in possesso dei 451 soci Avepo la cui disponibilità di superficie dedicata a queste coltivazioni ammonta a circa 20 mila ettari, ampiamente sufficienti a garantire lʼapprovvigionamento di queste biomasse per tutto il periodo di funzionamento dell’impianto. I fornitori unici di “combustibile” saranno quelli indicati da Avepo che porteranno in centrale il loro sottoprodotto, vale a dire i residui agricoli che altrimenti verrebbero interrati. Il “combustibile” è quindi un prodotto di scarto; in questo modo gli agricoltori riusciranno a “economicizzare” un prodotto a cui prima non veniva dato valore. Vorrei infine sottolineare che il territorio non verrà sterilizzato con coltivazioni dedicate, gli equilibri non verranno in nessun modo alterati perché il calcolo è stato fatto con il materiale “in più”.
La convenzione con il comune di Sanguinetto all’art. 5 comma 3 dice che «Ad inizio dell’attività, la società farà funzionare e gestirà lʼimpianto a sua discrezione, nel rispetto delle regole del buon operare e delle normative vigenti in materia. Ogni intervento di ordinaria e/o straordinaria manutenzione sarà eseguito a suo insindacabile giudizio». Questo significa anche che la centrale potrà essere trasformata per bruciare rifiuti? Assolutamente no, significa solo che la società costruttrice dell’impianto sarà la sola responsabile della sua gestione e degli eventuali interventi di manutenzione finalizzati alla migliore gestione dell’impianto così come costruito e nel rispetto della normativa vigente. È nel nostro interesse, anche economico, che lʼimpianto funzioni al meglio. Se dovessi inserire rifiuti al posto di biomassa lʼimpianto non solo non sarebbe in grado di bruciarli ma ne ricaverebbe un potere calorifero di gran lunga inferiore (3600 calorie da biomassa contro le 1.200/2.200 da rifiuto), che provocherebbe una produzione termica sfasata andando a compromettere la funzionalità dell’impianto.
Il comune di Sanguinetto parlava di unʼimportante occasione di occupazione. Quanto personale contate di impiegare nella gestione della centrale? Lʼimpianto darà occupazione a 18/20 persone che saranno direttamente impiegate sull’impianto, a cui vanno aggiunte 35 persone impiegate nella raccolta e nel trasporto della biomassa. È presumibile che a queste se ne aggiunga unʼaltra decina, in questo caso figure che lavoreranno nell’indotto generato dalla costruzione e manutenzione di un impianto di questa portata.
Nel 2006, quando lei era presidente del CISI parlava di un «progetto che esiste già da tempo» di un inceneritore da costruire nel Basso veronese (vedi LʼArena 31/01/06 che le allego) e da accostare, o addirittura per sostituire, Cà del Bue. Del progetto, da lei definito nello stesso articolo di «pubblica utilità» non se ne è più parlato, però in compenso oggi hanno preso piede le centrali a biomasse. Qual è lo stato delle cose? Cʼè un legame tra le due? Il contesto è completamente diverso e la materia prima da trattare anche. Nessun legame.
Non ritiene legittimo il sospetto che la centrale di Sanguinetto possa essere trasformata in un inceneritore? Tra lʼaltro non depone a favore il fatto che una delle aziende firmatarie della convenzione (la ditta TM.E spa) costruisca termovalorizzatori. Inoltre la cronaca italiana riporta esempi di centrali a biomasse riconvertite a inceneritori in seguito a condizioni di accertata “emergenza”. Assolutamente no. Sono due le ragioni che giocano a sfavore di queste illazioni irragionevoli. La prima risiede nellʼampia disponibilità di paglia e stocchi di mais da parte dei soci di Avepo che ne garantisce, con un contratto, la fornitura allʼimpianto per 15 anni. La seconda risiede nella particolarità dell’impianto i cui sistemi di stoccaggio della biomassa, di alimentazione, di combustione e di depurazione dei fumi di scarico sono progettati per trattare esclusivamente paglia e stocchi. La sua trasformazione in inceneritore di rifiuti comporterebbe il rifacimento completo dell’impianto (con un costo superiore a quello iniziale), una nuova Valutazione di Impatto Ambientale e una nuova autorizzazione da parte di tutti gli enti interessati. La TM.E è la principale azienda nel settore con grande esperienza nei processi di combustione e di generazione di energia che sono gli stessi sia che si parta da rifiuti che da biomassa; quello che cambia è il progetto dellʼimpianto che, nel caso delle biomasse, è oltretutto impiantisticamente specifico e non convertibile a rifiuti.
Come contate di controllare le emissioni della centrale (diossina, nanoparticelle di azoto e metalli pesanti solo per citarne alcuni)? Che ricadute avranno sulla salute della popolazione e sulle coltivazioni locali, se è vero che vengono disperse in un raggio di 10 chilometri? Lʼimpianto è dotato dei più avanzati sistemi di depurazione dei fumi che sono in grado di far sì che vengano rispettati i limiti di emissione imposti dalla vigente normativa per tutti i tipi di inquinanti. Il rispetto di tali limiti garantisce che le ricadute al suolo degli inquinanti siano contenute entro i valori di salvaguardia delle coltivazioni e della salute della popolazione. Si evidenzia, per contro, come la realizzazione e la successiva gestione di una centrale alimentata a biomasse rappresentino un notevole contributo alla salvaguardia dell’ambiente in termini di minor consumo di fonti combustibili tradizionali e di conseguente minore emissione di gas influenti sull’effetto serra. Il controllo sul rispetto dei limiti di emissione verrà effettuato dagli Enti preposti a tale scopo, come ad esempio lʼARPAV. Se lʼamministrazione volesse istituire una commissione di controllo, allargata anche ad alcuni membri del “comitato del No” ben venga, perché è anche nel nostro interesse che il materiale e le emissioni vengano costantemente controllati.
Mirka Tolini
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